PEMBA L’ISOLA CHE (non) C’E’…

12 aprile 2023

Proseguono le nostre interviste ai protagonisti della vita in Tanzania. La Fondazione Ivo de Carneri   nasce nel 1994 per volontà della famiglia, dei colleghi e degli allievi per ricordare il Professor Ivo de Carneri, uomo competente e generoso che ha dato un grande contributo alla lotta alle malattie parassitarie e infettive attraverso la ricerca scientifica, gli interventi sul campo e la formazione di giovani ricercatori.

Intervista a Michelangelo Carozzi (direttore della Fondazione Ivo de Carneri) m.carozzi@fondazionedecarneri.it

sito: www.fondazionedecarneri.it

Michelangelo, tu lavori a Pemba, isola dell’arcipelago di Zanzibar poco conosciuta e non ancora toccata dal turismo: la cosa m’incuriosisce molto, cosa fai esattamente a Pemba?

Il mio lavoro – insieme a moltissime persone (volontari e non) che dal 1994 hanno conosciuto direttamente o indirettamente l’Isola di Pemba- consiste nel   costruire progetti di cooperazione per migliorare la vita della collettività.

Spiegati meglio

Seguiamo le politiche del Governo semi autonomo di Zanzibar e i suoi Ministeri; in stretta collaborazione diamo vita ai nostri progetti sulla prevenzione, sulla formazione del personale locale e sulla ricerca scientifica per quanto riguarda la Sanità Pubblica. Sul piano dello Sviluppo Economico sostenibile dialoghiamo con le cooperative locali di Pemba per migliorare insieme la loro produzione nel settore agricolo e nell’allevamento.

Non è un lavoro semplice

Hai ragione: non lo è! La Fondazione, fin da quando è nata, ha firmato con il Governo di Zanzibar – in particolare il Ministero della Sanità di Zanzibar – un Memorandum of Understanding in cui si dice, in sintesi, che la Fondazione collabora e lavora nell’Arcipelago Zanzibar a servizio delle politiche locali nel settore sanitario. E infatti a Pemba esiste il cuore del nostro progetto: Il Laboratorio di Sanità Pubblica Ivo de Carneri (nostro primo grande progetto terminato nel 2000). Siamo a Pemba da molto tempo (nel 2024 la Fondazione festeggerà 30 anni di vita).

Il Laboratorio è stato costruito grazie ad una scelta del Governo dell’epoca che ha donato il terreno sul quale la Fondazione ha costruito l’opera (grazie alle donazioni pubbliche e private provenienti per la maggior parte dal Trentino, terra natale del Prof. de Carneri).

Il Laboratorio, una volta ultimato, è stato dato gratuitamente al Ministero della Sanità di Zanzibar con il preciso obiettivo di diventare centro di ricerca, prevenzione delle malattie infettive e formazione del personale locale.

Un progetto molto ambizioso ma non rischia di essere “una cattedrale nel deserto”?

Nel 2000 il rischio c’è stato, ma poi i risultati di questa scelta ci hanno dato ragione. I numeri parlano chiaro: Il Laboratorio è diventato negli anni “collaborating center” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per lo studio delle malattie infettive e parassitarie. Ha avuto diversi progetti scientifici da parte di Università straniere (tra tutti la London School of Tropical Higiene), ci lavorano 30 persone locali di Zanzibar (tra personale sanitario e amministrativo) è diretto da un CEO locale che ha un PHD in Sanità Pubblica. In tutto questo la Fondazione non ha chiesto altro che essere nel direttivo del Laboratorio, composto da due membri del Ministero della Sanità di Zanzibar e da due membri della Fondazione.

Insomma siete un’eccellenza su un’isola che evidentemente c’è, eccome!

Non sta a me dirlo, ma certo se non ci fosse stato questo iniziale passaggio (la collaborazione con il Governo di Zanzibar e le sue istituzioni), tutto sarebbe stato maledettamente più difficile e il rischio di costruire “cattedrali nel deserto” sarebbe stato davvero reale.

E con i fondi come fate? Perché immagino che questi progetti costino parecchio?

Prima di tutto, lasciami dire che la nostra struttura lavorativa è piccola (sia in Italia che a Pemba, dove abbiamo un ufficio all’interno del complesso del Laboratorio) e si forma essenzialmente in collaborazioni con professionisti nel settore di competenza e volontari (che molto spesso si pagano tutto: dal viaggio al soggiorno).

Per quanto riguarda la raccolta fondi, forse dirò una frase forte: ma a noi non piace “chiedere con il piattino”.

Cioè? 

Cioè la donazione che viene dalla pancia, dal senso di colpa (noi “abbiamo tutto”e loro “non hanno nulla”) dal fatto che devo “liberarmi la coscienza” non è quello che chiediamo (direttamente o indirettamente) a chi vuole sostenerci e non fa parte della nostra Comunicazione.

La Dignità dell’Uomo è un principio universale e inalienabile a qualsiasi latitudine. A noi piace sapere che il nostro donatore (che ringraziamo sempre e ovunque) è consapevole che il suo contributo lo rende protagonista nella crescita sociale, economica e sanitaria di una società, che ha la sua autonomia, le sue tradizioni, i suoi costumi e che se questi vanno cambiati non siamo noi a deciderlo. Che sia chiaro, questo non vuol dire “accettare” tutto, vuol dire che la società è complessa e se si vuole cominciare a conoscerla, occorre prima di tutto mettersi in “ascolto” e trovare le strade del dialogo. Il risultato, prima o poi, arriva! Ad esempio, quello che cerchiamo di fare è formare la classe dirigente locale (attraverso borse di studio, Master, PHD etc.) e questo può essere una risposta a quel progresso e a quel cambio di mentalità che a volte ci aspettiamo in questi Paesi.

A tutti coloro che vanno a Pemba suggerisco un libro a me molto caro: “Ebano” di R. Kapuściński. In quel libro, si troveranno molte risposte alle nostre domande!

 

Ma come avete fatto ad “integrarvi” se posso usare questa parola…

30 anni di lavoro a Pemba, ed è solo l’inizio! Entrare a far parte di società così diverse dalla nostra cultura non è facile e richiede un tempo molto lungo. Il solo farsi “accettare” non come stranieri ma come persone che vogliono essere al fianco di una comunità e contribuire, assieme, a farla crescere; è già un’impresa! Ecco perché la Fondazione – ad esempio – ha costruito pochi pozzi d’acqua autonomamente (non che non siano importanti) ma si è occupata piuttosto della “bonifica” di dodici pozzi direttamente con la Zanzibar Water Authority e l’analisi microbiologica dell’acqua prima e dopo l’intervento è stata fatta dal Laboratorio di Sanità Pubblica Ivo de Carneri. Noi lavoriamo così. Ecco perché – ad esempio -finanziamo anche borse di studio di studenti locali che vogliono intraprendere la loro carriera in medicina.

Quale presente e quale futuro vedi per la Fondazione?

Per il presente abbiamo cominciato a presentare ai donatori, sostenitori il nostro programma a Pemba 2023 – 2028 che si svolgerà su 4 aree progettuali; 1) finanziare borse di studio 2) stimolare la collaborazione con le Università Italiane e Straniere portando programmi di ricerca di Salute Pubblica all’interno del Laboratorio a Pemba 3) Lavorare con gli Ospedali e i dispensari locali sui diversi temi che vanno dalla Salute Orale alla Dermatologia 4) Lavorare con le autorità locali per lo smaltimento dei rifiuti, in particolare quello della plastica, che seppur bandita per i sacchetti è un grave problema da risolvere di inquinamento ambientale e di Salute Pubblica.

E il futuro?

Inshallah! o se vuoi il futuro, non è solo nelle nostre mani. Certamente le sfide sono molte e abbiamo bisogno di gente di buona volontà e di donazioni che ci possano dare una mano nella nostra missione. Quello che sono certo è che lavorando pazientemente, con tenacia e senza fretta i risultati arrivano! Questo non lo dico io ma lo dice tutta la storia della nostra Fondazione.

 

Last modified: 13 aprile 2023

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